Cosa s’intende per “Olivicoltura Intensiva” e da dove proviene questo nuovo modello?

Negli ultimi anni l’innovazione che sta interessando il settore olivicolo mondiale è un modello di impianto superintensivo, ideato per rispondere alla necessità di ridurre i costi colturali relativi alla componente lavoro.

I primi esperimenti per testare questo nuovo sistema di coltivazione sono stati condotti in alcuni vivai Spagnoli, impiegando 3 cultivar “Arbequina, Arbosana e Koroneiki“ a ridotto sviluppo vegetativo, e caratterizzate da entrata in produzione anticipata, elevata produttività e maturazione uniforme. Mentre in California l’impianto dei cosiddetti oliveti “super-high density” costituisce una realtà produttiva che si sta affermando, grazie anche, ad uno studio effettuato nel 2004 dall’Università Californiana, su un impianto di circa 12 ettari, che ha permesso di creare una vera e propria guida per l’imprenditore agricolo nel processo decisionale, nella quantificazione dei possibili ricavi, nella stesura del bilancio economico e nella stima di eventuali prestiti bancari necessari per lo svolgimento dell’attività.

Quali sono stati i canali che hanno favorito la diffusione dell’Olivicoltura Superintensiva in Italia?

L’Olivicoltura superintensiva, così detta, è stata esportata, naturalmente, anche in Italia, dove si stanno introducendo i primi impianti, anche se, di dimensioni limitate a qualche decina di ettari, per lo più in Toscana, Veneto, Friuli, Marche, Lazio e Sicilia; mentre quello più esteso (circa 85 ha) è situato in Puglia.                                                                                                                                            Nel nostro paese, questo nuovo modello si è diffuso, grazie ad azioni di comunicazione e marketing abbastanza aggressive e capillarmente estese su tutto il territorio, ma anche attraverso una serie di esperimenti compiuti principalmente nelle seguenti regioni :

  • In Puglia da un impianto di 1.666 piante di olivo delle varietà Arbequina, Arbosana e FS 17, si è ottenuta una produzione di 1,9 kg di olive/pianta al 1° anno, con una spesa di acquisto o noleggio della macchina raccoglitrice di circa 170.000,00 €, superfici di minima convenienza pari a 11 ha con una resa di 8 t/ha e ovviamente una durata economica dell’impianto di cui non si hanno notizie certe; allo stesso tempo, in alcune aziende private del comune di Taranto sono state realizzate le prime operazioni di raccolta meccanica su oliveti superintensivi, con risultati di 60 q/ha di varietà Arbosana già a partire dal 3° anno in poi e produzione di olio a bassa acidità (circa 0,2-0,3), con contenuto di polifenoli inferiore a quello tipico delle varietà coltivate nelle zone di impianto, privi di difetti, dotati di un buon fruttato e con caratteristiche analitiche di elevata qualità.
  • In Toscana, invece, l’introduzione di questo moderno impianto ha portato ad un sensibile abbattimento dei costi sostenuti per la raccolta, che incidono dal 25% al 50% sul costo totale, rispettivamente per oliveti specializzati moderni con raccolta meccanizzata o per quelli tradizionali con raccolta manuale; in particolare, la varietà Arbequina coltivata a Grosseto ha portato ad ottenere oli di qualità superiore, in termini di acido oleico, a quella ottenuta in territorio spagnolo, con sensazioni di carciofo e floreale all’assaggio e privi dei caratteri piccante ed amaro che caratterizzano la qualità dei nostri oli.

 Quali sono le cultivar maggiormente impiantate in Italia e come procedono le ricerche e gli studi sulle nostre varietà autoctone?

Allo stato attuale le sole varietà che si prestano bene all’impiego in olivicoltura superintensiva sono: le spagnole Arbequina (adatta al microclima toscano) e Arbosana (perfetta per il sud) e la greca Koroneiki (non adatta alle nostre latitudini, perché poco resistente al freddo). Certamente l’utilizzo di cultivar estere escluderebbe l’olivicoltura italiana dalla possibilità di ottenere qualsiasi denominazione d’origine per il suo prodotto. A tal proposito, sono in corso ricerche e studi sul nostro germoplasma autoctono, in cui i primi dati sulle varietà italiane indicano una scarsa adattabilità di alcune di queste (come la Frantoio e la Biancolilla, probabilmente anche la Coratina) a questo modello colturale; mentre un forte impulso per gli impianti intensivi e superintensivi in frutticoltura si è avuto con la selezione di portainnesti nanizzanti, che però, richiedono ancora molti studi e ricerche nel settore olivicolo.

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